Sono nato in Svizzera nel 1965, a Losanna, in una famiglia dove diverse lingue coesistevano naturalmente. Molto presto ho capito che nessuna lingua copre interamente il reale. Ognuna illumina una parte del mondo lasciando sussistere una zona d’ombra.
Sono mancino. Come molti della mia generazione, ho imparato a scrivere con la mano destra. Oggi dipingo con la mano sinistra. Non è un ritorno a un’identità perduta, ma la sensazione ritrovata di un gesto più giusto, di una respirazione più libera.
I miei studi di scienze politiche e di sociologia a Losanna e poi a Montreal, prima di un Master esecutivo, rispondevano a una stessa curiosità: capire come le società si organizzano, come le decisioni prendono forma e perché le istituzioni resistono o si trasformano. Più tardi, il giornalismo, e poi le responsabilità esercitate in organizzazioni pubbliche e parapubbliche, mi hanno confrontato quotidianamente con questa necessità di nominare, ordinare e decidere.
L’atelier obbedisce a una logica inversa. Nulla vi esige di essere dimostrato. Una linea può bastare. Un colore che rifiuta di incontrarne un altro. Una materia che oppone la sua resistenza e obbliga a cambiare direzione. Qui, l’incertezza diventa la condizione stessa del lavoro.
La fotografia ha affinato la mia attenzione all’inquadratura, alle superfici e ai contrasti. Il cinema mi ha insegnato che il ritmo e l’interruzione modellano la percezione. Davanti alla tela, queste esperienze cessano di essere saperi: diventano una memoria silenziosa del gesto.
A proposito
Roberto
Induni
A proposito di Roberto Induni
Sono nato in Svizzera nel 1965, a Losanna, in una famiglia dove diverse lingue coesistevano naturalmente. Molto presto ho capito che nessuna lingua copre interamente il reale. Ognuna illumina una parte del mondo lasciando sussistere una zona d’ombra.
Sono mancino. Come molti della mia generazione, ho imparato a scrivere con la mano destra. Oggi dipingo con la mano sinistra. Non è un ritorno a un’identità perduta, ma la sensazione ritrovata di un gesto più giusto, di una respirazione più libera.
I miei studi di scienze politiche e di sociologia a Losanna e poi a Montreal, prima di un Master esecutivo, rispondevano a una stessa curiosità: capire come le società si organizzano, come le decisioni prendono forma e perché le istituzioni resistono o si trasformano. Più tardi, il giornalismo, e poi le responsabilità esercitate in organizzazioni pubbliche e parapubbliche, mi hanno confrontato quotidianamente con questa necessità di nominare, ordinare e decidere.
L’atelier obbedisce a una logica inversa. Nulla vi esige di essere dimostrato. Una linea può bastare. Un colore che rifiuta di incontrarne un altro. Una materia che oppone la sua resistenza e obbliga a cambiare direzione. Qui, l’incertezza diventa la condizione stessa del lavoro.
La fotografia ha affinato la mia attenzione all’inquadratura, alle superfici e ai contrasti. Il cinema mi ha insegnato che il ritmo e l’interruzione modellano la percezione. Davanti alla tela, queste esperienze cessano di essere saperi: diventano una memoria silenziosa del gesto.
A proposito di
Roberto
Induni
Sono nato in Svizzera nel 1965, a Losanna, in una famiglia dove diverse lingue coesistevano naturalmente. Molto presto ho capito che nessuna lingua copre interamente il reale. Ognuna illumina una parte del mondo lasciando sussistere una zona d’ombra.
Sono mancino. Come molti della mia generazione, ho imparato a scrivere con la mano destra. Oggi dipingo con la mano sinistra. Non è un ritorno a un’identità perduta, ma la sensazione ritrovata di un gesto più giusto, di una respirazione più libera.
I miei studi di scienze politiche e di sociologia a Losanna e poi a Montreal, prima di un Master esecutivo, rispondevano a una stessa curiosità: capire come le società si organizzano, come le decisioni prendono forma e perché le istituzioni resistono o si trasformano. Più tardi, il giornalismo, e poi le responsabilità esercitate in organizzazioni pubbliche e parapubbliche, mi hanno confrontato quotidianamente con questa necessità di nominare, ordinare e decidere.
L’atelier obbedisce a una logica inversa. Nulla vi esige di essere dimostrato. Una linea può bastare. Un colore che rifiuta di incontrarne un altro. Una materia che oppone la sua resistenza e obbliga a cambiare direzione. Qui, l’incertezza diventa la condizione stessa del lavoro.
La fotografia ha affinato la mia attenzione all’inquadratura, alle superfici e ai contrasti. Il cinema mi ha insegnato che il ritmo e l’interruzione modellano la percezione. Davanti alla tela, queste esperienze cessano di essere saperi: diventano una memoria silenziosa del gesto.
Roberto Induni